Lezioni americane

"Dobbiamo rallentare un po’ il ritmo del risanamento fiscale e procedere in maniera molto più rapida nell’applicazione delle riforme” per accrescere la competitività dell’economia greca. A sostenerlo non è un qualche politico di Atene, tentato di sfuggire agli impegni presi con la comunità internazionale sul rigore fiscale, ma Poul Thomsen, capo della missione in Grecia del Fondo monetario internazionale. L’austerity da sola non basta, parola dell’organizzazione internazionale che in passato è stata accusata di diffondere i dettami “neoliberisti” del cosiddetto “Washington consensus”.
5 AGO 20
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"Dobbiamo rallentare un po’ il ritmo del risanamento fiscale e procedere in maniera molto più rapida nell’applicazione delle riforme” per accrescere la competitività dell’economia greca. A sostenerlo non è un qualche politico di Atene, tentato di sfuggire agli impegni presi con la comunità internazionale sul rigore fiscale, ma Poul Thomsen, capo della missione in Grecia del Fondo monetario internazionale. L’austerity da sola non basta, parola dell’organizzazione internazionale che in passato è stata accusata di diffondere i dettami “neoliberisti” del cosiddetto “Washington consensus”. Il paradosso è che oggi in Grecia sono i rappresentanti dell’Unione europea, quella che “lo sviluppo” non può mai andare senza la “coesione sociale”, a mostrare il volto più arcigno e ottuso nella richiesta di pareggio di bilancio a tutti i costi. L’Ue a trazione tedesca sembra così insistere in un errore, quello di mischiare principii moralistici (o più banale tattica politica interna) alle scelte di politica economica.

Non a caso cresce, in queste settimane, la distanza tra le posizioni di Bruxelles e Washington, non solo sulla Grecia. Il Fondo monetario sostiene che la Banca centrale europea ha ancora ampi margini d’intervento – magari per operare come prestatore di ultima istanza degli stati, come fanno la Fed e la Bank of England – ma da Berlino mandano a dire che i trattati europei non lo consentono: sarebbe un regalo agli stati troppo lassisti. Il Fondo chiede un rafforzamento dei “firewall”, le barriere finanziarie che servono a neutralizzare gli eccessi speculativi, ma da Berlino fanno sapere che di maggiori risorse, per ora, non se ne parla. Addirittura l’organizzazione internazionale guidata da Christine Lagarde ha suggerito alla Cina, nel caso di un aggravamento della crisi europea, di provvedere a uno stimolo fiscale per sostenere l’economia nazionale. Altro che austerity a tutti i costi, come recita il poco fantasioso e pochissimo efficace “Berlin consensus”.

E’ probabile che nelle prossime settimane le posizioni più oltranziste verranno smussate, grazie agli impegni sottoscritti con il Fiscal compact, ma anche sul tempo perso si dovrà riflettere. Il default “ordinato” di Atene, oggi, costa molto di più a tutti noi di quanto non sarebbe costato due anni fa (quando anche questo giornale suggerì quella via d’uscita). Certo, le banche teutoniche nel frattempo avranno ridotto la loro esposizione su Atene, ma questa risposta non placherà quei greci che ieri in piazza bruciavano bandiere tedesche né può bastare a governi e popoli della Unione europea. Ai mercati è ormai chiaro che di soli principii e paletti contabili non può vivere una moneta unica. Quanto tempo ancora servirà perché anche a Bruxelles se ne rendano conto?